La Gran Bretagna e l’innovazione

Questo mese, NESTA, una delle più grandi fondazioni per innovazione del Regno Unito, ha pubblicato un rapporto intitolato “Speaking to the Innovation Population”. E’ una lettura interessante e scaricabile gratuitamente qui o qui.
Offre una vista panoramica sui cittadini britannici in materia di innovazione, e fornisce alcune raccomandazioni.

Gli autori sottolineano che sono ancore poche le ricerche che cercano di comprendere il rapporto tra pubblico e innovazione. Questo perché l’innovazione è generalmente considerata una buona cosa.
Dal mio punto di vista ciò non è sempre vero, almeno nelle fasi più avanzate di un progetto, ma dipende dal suo effetto sulla società.
I risultati di questa ricerca mostrano che vi è un gruppo di persone nel Regno Unito, ma non faccio fatica a pensare che sia la stessa cosa in Italia, entusiaste dell’innovazione e delle nuove tecnologie.
Tuttavia il profilo è composto da una persona su cinque, maschio e molto benestante.

Non è che gli altri siano tecnofobici ma subiscono un minore impatto dell’innovazione sulla propria vita, salvo i casi in cui ci sia un evidente utilità sociale, come ad esempio la chirurgia mininvasiva.

La ricerca ha anche individuato circa una su sei persone, molto più preoccupate che entusiaste dell’innovazione. Sono sproporzionatamente donne e meno abbienti, e temono l’impatto della tecnologia sul loro benessere e sulla società.

Questi risultati sono un messaggio per i politici che resta generalmente inascoltato. Per decenni, la politica sull’ innovazione è stato il dominio di tecnocrati e consenso politico.

L’innovazione è vista come un una buona fetta di denaro da spendere e per questo sono mantenute molte voci di bilancio (effetto positivo) ma spese male (effetto negativo).

In ogni caso, mai come oggi (direi a livello globale) c’è stato un consenso quasi unanime sulla richiesta di innovazione, come unico motore per combattere la crisi.

Nel passato l’innovazione non è mai stata presente nella discussione nazionale e men che meno nelle discussioni su educazione e salute.

Peggio ancora in Italia dove oggi raccogliamo i cocci di questa assenza.

Infine una delle implicazioni che scaturisce dalla ricerca, è per coloro che credono che i Governi dovrebbero finanziare una maggiore innovazione.

Ebbene i politici devono cominciare a parlare di innovazione per un pubblico più ampio e non solo a quell’uno su cinque appassionato di innovazione. E, per farlo, devono di parlare non solo di innovazione fine a se stessa, ma dei vantaggi che essa porta per il consumatore, per la società e anche il mondo.